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Vai e vivrai
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Sono molti gli elementi ricorrenti tra le due opere, che sembrano delineare il comune denominatore della sua cinemetografia.
Anzitutto l'attenzione al mondo ebraico e alle sue tragedie, vecchie e nuove, che sono affrontate con l'umanità di un artista che, essendo egli stesso ebreo, sente le realtà raccontate molto vicine a se.
Ma anche la forte componente etica, mai scontata, mai banale e buonista, che i suoi film suggeriscono.
Specialmente in "Vai e vivrai" egli affronta il delicato tema della menzogna a fin di bene; si chiede, e fa in modo che lo spettatore si domandi a sua volta, se una persona possa crescere, possa imparare, possa "diventare", basando la sua esistenza su una menzogna, senza la quale non gli sarebbe concessa tale opportunità.
Ogni azione, ogni sguardo, ogni decisione del protagonista è guidata da questo assillante dilemma; e sebbene sia assai facile, forse troppo scontato, accostare la verità alla giustizia, il film ci offre una nuova chiave di lettura, in cui la "giustizia" assume caratteri più elevati, perde la sua collocazione terrena per diventare divina, assoluta.
Ed è in questa nuova luce che si muove il film, in una dimensione in cui ogni sentimento perde le sue radici culturali per divenire basilare, essenziale. L'amore madre-figlio, il riconoscimento in una comunità, il senso del dovere, l'istinto di soprevvivenza, sono trattati dal regista in maniera originale e, in certi casi, anche sovversiva.

