Hanna e Violka
Abbiamo incontrato Rossella Piccinno, giovane regista di fiction e documentari (classe 1978), laureata in Cinematografia Documentaria e Sperimentale al DAMS di Bologna e attualmente residente in Francia, dove lavora allo sviluppo di un nuovo progetto presso lo Studio Nazionale di Arti Contemporanee LeFresnoy.
A Visioni Doc presenta il documentario Hanna e Violka (mercoledì 24 febbraio 2010 ore 18.40).
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1. Come nasce il tuo documentario Hanna e Violka che presenti in concorso a Visioni Doc?
L’idea di raccontare l’universo delle cosiddette “badanti” nasce molto tempo fa, circa 4-5 anni fa, quando in seguito alla malattia di mio nonno, la mia famiglia decise di assumere una badante (straniera) che si occupasse di lui.
In quell’occasione entrai per la prima volta in contatto con questa realtà e mi accorsi dell’esistenza di tutte queste donne rumene e polacche, arrivate di colpo nei piccoli paesini del Salento, dov’ero cresciuta. Un po’ di tempo dopo lasciai Bologna dove avevo vissuto per 9 anni, per ritornare a sud.
Constatare che Lecce fosse diventata multietnica come Bologna mi stupiva e mi incuriosiva e così entrai in contatto con il forum delle donne native e migranti della città. Iniziai ad andare alle loro riunioni, ad ascoltare, a osservare, ad allacciare amicizie e relazioni con queste donne. Nasce così “Voci di donne native e migranti”, un cortometraggio fatto di interviste dove le donne esprimono i propri punti di vista, i propri disagi e i propri bisogni, in relazione al lavoro e ai rapporti sociali nella loro vita in Italia.
In questa indagine emerse di nuovo il tema delle “badanti”. Molte donne ne denunciavano le condizioni di segregazione e sfruttamento e decisi che era un discorso che andava approfondito.
Questa volta però non volevo più far dire, questa volta volevo mostrare, andando anche al di là dell’inchiesta per avvicinarmi al quotidiano. Volevo vedere la solitudine, la vecchiaia, la sofferenza, la malattia, il sacrificio del prendere in cura, volevo parlare anche e soprattutto di sentimenti. Evidentemente, capisco adesso, che volevo passare da un linguaggio giornalistico a un linguaggio cinematografico. Per fare “cinema diretto” però avevo bisogno di una realtà prossima dove avere meno filtri possibile.
Non era facile trovare una famiglia disposta ad avere le telecamere in casa anche nei momenti intimi dell’assistenza e della cura. L’unico posto al mondo dove avrei potuto avere il diritto di essere così vicina al privato era la mia famiglia.
Non fu facile, l’emozione fu così grande nel guardare il girato del primo giorno che bloccai le riprese per 5 mesi. Mi dedicai ad un altro progetto. Poi un giorno Hanna, la badante di mio nonno, mi disse che stava per ritornare in Polonia per un mese e che sarebbe venuta a darle il cambio Violka, sua figlia.
Sentivo che avevo aspettato abbastanza, qualcosa stava per succedere e io non dovevo fare altro che seguire. Così comincia “Hanna e Violka” una straordinaria avventura che mi ha fatto crescere prima di tutto a livello personale.
2. Hai iniziato con la fiction e attraverso anche diverse sperimentazioni, sei arrivata al documentario di impegno sociale: Hanna e Violka è stato infatti recentemente premiato al concorso obiettivi sul lavoro e al Med film festival.
Ci vuoi raccontare come è avvenuta questa evoluzione, quali le tappe fondamentali?
Sono una curiosa, una ricercatrice, un'eclettica. Quest'evoluzione è avvenuta per caso e perché nell'arte ho la tutta la libertà dell'innocenza e dell'incoscienza che in altri ambiti della vita, per ragioni di esperienza e di maturità, non ho più.
Ho iniziato con la fiction perché forse, in fondo, è la mia vera vena, il mio desiderio più grande e sono arrivata al documentario per caso, trovandomi improvvisamente nel deserto del Sahara a girare. "Mauritania: città biblioteche nel deserto" nasceva infatti dall'iniziativa di un privato che voleva realizzare un reportage sul suo safari avventuroso in Africa solo che alla fine io lo convinsi che i manoscritti antichi della Mauritania erano più importanti.
Ne uscì un documentario classico che mi mise addosso quella febbre che mi ha portato a ricercare la mia strada e il mio linguaggio. E' così che sono passata dal documentario archeologico al documentario sociale con "Hanna e Violka" passando attraverso il film d'arte con "To my darling" e il cinema sperimentale con "Come out from hibernation" per tornare alla fiction col mio attuale progetto e prossimamente anche alla videoinstallazione con altro progetto.
3. Come definiresti il tuo stile? Cosa ti preme raccontare? Qual è la tua visione?
Non so definire il mio stile, è una domanda a cui probabilmente potrò rispondere tra dieci anni, lo stile in sé non è una cosa che mi interessa, scaturisce dalle esigenze intrinseche del soggetto. Mi preme raccontare cose che mi toccano da vicino, ho una vena molto intimista, esistenziale, "autobiografica" a cui non sempre do spazio in maniera diretta ma che è sempre presente a livello latente.
Il caso di "Hanna e Violka" in cui viene coinvolta la mia famiglia ma di cui non parlo direttamente è emblematico in questo senso.
Fino ad ora nella fiction e nella sperimentazione ho dato più spazio al mio vissuto personale e nel documentario ho dato invece più spazio alla realtà che mi circonda, ma il confine è labile.
In ogni caso per me creare è un modo per scoprire, condividere e amare. Sono un'idealista e sono fortemente convinta che tutti possano cambiare il mondo con piccole cose, giorno dopo giorno, attraverso nuovi pensieri nuovi linguaggi, nuovi valori che portino ad azioni nuove.
4. Quali sono, se ci sono, i tuoi maestri?
Di maestri per fortuna ne ho tanti e continuo a scoprirne sempre di nuovi. Per non fare un lungo elenco del cinema che amo ti parlo delle mie ultime folgorazioni. Di recente ho scoperto e sono stata molto ispirata da Claudio Pazienza, un regista italo-belga che trovo straordinario, il suo film "Scene di caccia al cinghiale", nonostante il titolo è un film meraviglioso unisce una riflessione profondissima sul cinema e sull'atto del guardare al vissuto autobiografico, mescolando fiction e documentario, bellissimo. Inoltre ho scoperto e sto amando Bruno Dumont, di cui non ho ancora visto l'ultimo film, molto discusso in Francia, ma di cui ho da poco visto i precedenti film. In Dumont trovo tante cose che amo anche in Antonioni e Angelopoulos, che adoro da sempre, insieme a Cronenberg, Haneke, Gus Van Sant, i Dardenne, Jarmush, i Coen. Come avevo annunciato l'elenco è lungo per non parlar di tutto "l'altro" cinema che fa parte di me, da Stan Brackage a Carmelo Bene.
5. Parliamo anche un po' del presente: di che cosa ti stai occupando ora?
Ora sto per giorare un cortometraggio, quindi torno alla fiction dopo 5 anni dal mio primissimo debutto. Questa volta è diverso perché se pur piccola ho una vera produzione, con un'équipe, con attori professionisti e con un grande lavoro di preparazione perché girerò in pellicola super 16 mm e per me, figlia del digitale, è un grande salto che mi preoccupa e mi eccita ovviamente. Girerò nel nord della Francia. E' una storia che nei toni ricorda il mio primo corto Interno sei, c'è un filo conduttore che lega queste due opere e che esprime una coerenza di fondo nel mio modo di usare la fiction per scandagliare e stigmatizzare le mie paure.
Protagonista di questa storia è ancora una volta una donna, un alter ego appunto, ma mentre in Interno sei partecipavamo al suo male di vivere, e al suo desiderio di annullamento, qui invece ci muoviamo sul piano del ricordo e della riconciliazione col passato. Marciando nella foresta infatti la donna percepisce la presenza di altri due personaggi, una bambina e suo padre che vanno a caccia insieme, seguendoli si troverà ad assistere e a rivivere a una scena del proprio passato...
Quello che più mi interessa con questa storia è parlare dei giochi di potere che si instaurano all'interno della famiglia in relazione ai differenti ruoli. E' un tema che mi tocca molto e su cui certamente ritornerò ancora.
6. Attualmente stai frequentando una scuola in Francia. Che differenza noti tra questi due Paesi, sia dal punto di vista "didattico" che di valorizzazione del mestiere dell'artista e in questo caso del regista? Cosa porteresti in Italia?
Il Fresnoy, studio nazionale di arti contemporanee, non è propriamente una scuola ed è questa la cosa interessante. E' piuttosto un centro di eccellenza e di ricerca che accoglie ogni anno 24 artisti provenienti da tutto il mondo dando ad ognuno un budget con cui sviluppare il proprio progetto, lavorando a stretto contatto con un'équipe di professionisti esperti e avvalendosi del monitoraggio di affermati artisti con cui entrare in relazione e confrontarsi. Più che una scuola è una residenza d'artista a lungo termine. La parola d'ordine qui è trasversalità, sperimentazione e sinergia tra le arti.
Il motto è "il cinema altrimenti" e sin dalla sua origine è stato considerato come un bauhaus dell'elettronica o come una Villa Medici dell'hi-tech.
Il Fresnoy dispone di spazi attrezzature e strumenti talmente all'avanguardia che direi impensabili in Italia, se pensiamo che è un istituto pubblico e non costa niente. Ci si accede dopo una selezione durissima ed esclusivamente per merito. All'interno si respira un assoluto professionismo e l'artista con le sue idee, il suo processo creativo e i suoi progetti è il centro assoluto di questo sistema. C'è quindi un rispetto e un'attenzione al lavoro dell'artista, nel mio caso del regista, che in Italia non ho ancora mai constatato.
Questo è un posto in cui si scommette su dei giovani che hanno dimostrato di avere creatività e talento, ma non lo si fa attraverso il televoto. Inoltre il punto di forza del Fresnoy è quello di essere un centro polifunzionale, dove ci sono due sale cinematografiche e un grande spazio espositivo aperto al pubblico, in questa settimana ci sarà ad esempio il vernissage della mostra di Bill Viola, in giugno invece lo stesso spazio accoglierà tutte le nostre opere: cortometraggi e installazioni. Inoltre è un noto centro di post-produzione di cui si avvalgono diverse produzioni esterne. Mi sembra che in Italia non ci sia tutta questa attenzione all'arte contemporanea e al cinema che si discosta dall'essere narrativo e commerciale. La televisione sta mangiando il cinema e anche molto altro, dobbiamo fare qualcosa.
Ulteriori informazioni su Rossella Piccinno www.dakhlavision.com

