«Cosa vuoi fare da grande?»
«L'orfano...»

In una piccola cittadina cinese stanno per concludersi le vacanze invernali. Un gruppo di ragazzi passa l'ultima giornata di libertà prima del ritorno sui banchi di scuola perdendo tempo in attività e discorsi triviali. Intanto, il nipote di uno dei ragazzi, un bambino che ha le idee molto chiare sulla vita, viene affidato al nonno, col quale discute di vari argomenti.

Han Jia (Vacanze invernali, Cina, 2010), di Li Hongqi, non sarà il più esilarante film cinese di ogni tempo, come sostiene Olivier Père (direttore artistico del Locarno Film Festival 2010), ma è sicuramente un film inspiegabilmente divertentissimo. Si ride; magari non a crepapelle, magari non per tutta la durata della pellicola, ma si ride. E questo ci sembra inspiegabile per una questione relativa al ritmo della narrazione. Perché Han Jia è un film lentissimo, e, credeteci, questa non vuole assolutamente essere una critica.

Si sa che un ingrediente imprescindibile per poter far ridere la gente è la padronanza dei tempi comici, una padronanza che non è affatto semplice conseguire. L'approccio di questo film cinese alla gestione dei tempi comici è inedita e assolutamente vincente. Ogni singola scena è veramente interminabile e appesantita tra le altre cose da una regia volutamente statica ed esasperante: pochissime inquadrature, due o tre per scena, solitamente campi lunghi o medi, e macchina da presa perennemente immobile. Ma è proprio qui che avviene la magia: ogni immagine così disperatamente granitica, ogni inesorabile silenzio, si caricano di una forza comica spaventosa che non aspetta altro che una scusa per esplodere.

A innescare la miccia, troviamo una sceneggiatura puntuale e spassosa, che regala delle vere e proprie perle, specialmente quando è in scena il bambino, sia quando dialoga col nonno, che quando si confronta invece con una sua amichetta (la frase in calce è tratta proprio da un dialogo tra i due).

Ma questa immobilità pervasiva ha una funzione che va al di là di una semplice questione di tempi comici. I tempi dilatati, i lunghi sguardi e i confronti più o meno silenziosi tra i personaggi causano uno spostamento di prospettiva: la cittadina in cui si svolgono queste ultime ore di vacanze invernali è ricoperta come da un velo che ne cancella i dettagli geografici, fino a renderla sovrapponibile a qualunque luogo sulla faccia della terra. O meglio, la trasforma in un non-luogo e la esclude automaticamente da una qualunque collocazione geografica. Finché non ci sorprendiamo a cullarci nell'illusione che quella cittadina nel nord della Cina sia in realtà casa nostra.

di Alessandro Diele