Jean-Francoise Sauvageau (Emmanuel Bilodeauè) un uomo spaventato: non vuole attirare l’attenzione, non vuole correre pericoli inutili e preferisce il calore e la certezza della sua casetta isolata e periferica o la tranquillità relativa dei suoi lavori di uomo delle pulizie a qualunque sogno di gloria. Trascina in questo suo mondo di isolamento la figlia dodicenne Julyvonne (Philomène Bilodeau), cui non è permesso di andare a scuola (dovrà studiare da autodidatta) né di frequentare suoi coetanei o allontanarsi troppo da casa.

Curling (Canada, 2010), di Denis Côté, ci lascia perplessi. Tecnicamente, il film è molto ben fatto: belle inquadrature, ottima prova di tutti gli attori, qualche personaggio interessante qua e là, un’idea alla base abbastanza accattivante e originale. D’altra parte Côté è un po’ una certezza da questo punto di vista: Pardo d’oro 2005 a Locarno, Gran Prize del Festival di Jeonjou, Pardo d’Argento 2008. Un talento indubbio e riconosciuto, dunque, e si vede.

La storia inoltre offre più di uno spunto di riflessione sul ruolo positivo che può avere l’ambizione nel vivere umano, e di contro sul ruolo assolutamente negativo che l’assoluta mancanza di ambizione e la paura rivestono.

Eppure manca decisamente qualcosa al quadro generale. La trama non coinvolge minimamente, i personaggi principali sono poco incisivi e non riescono a catturare l’attenzione e l’interesse dello spettatore. Se a questo si aggiunge il ritmo narrativo eccessivamente dilatato (che comunque ben si sposa con la trama) e un finale che lascia interdetti, ci sentiamo di consigliare la visione di questo film solo ai fan duri e puri del regista canadese.

Alessandro Diele