Dove: il deserto della California. Quando: non si sa. Cosa: una strada cosparsa di sedie. Un’automobile percorre questa strada centrando tutte le sedie e sfasciandole una per una. Quando la macchina si ferma, dal bagagliaio esce un poliziotto, che dopo aver recuperato il suo drink da un altro poliziotto che è al posto di guida, si rivolge alla macchina da presa e inizia un monologo che la dice lunga sulla filosofia portante del film.

In tutti i più grandi film della storia, dice il poliziotto, ci sono dettagli importanti inspiegabili, privi di ogni ragione. E questo stesso film, Rubber, di Quentin Dupieux, è un inno alla più totale mancanza di ogni ragione.

Da questo punto si innesca la trama ufficiale: uno pneumatico prende vita e percorre le strade del deserto californiano uccidendo animali e persone con misteriosi poteri psicocinetici, finché non incrocia una splendida ragazza (Roxane Mesquida) e , rimanendone inspiegabilmente attratto, inizia a seguirla. Tutta la vicenda è osservata fedelmente da un gruppo di persone che, armate di binocolo, fanno da contraltare al pubblico in sala e scrutano da lontano le avventure di questa gomma omicida.

Il film, come si intuisce piuttosto facilmente, è assolutamente surreale e le esplosioni di teste e di leprotti si alternano amabilmente a situazioni meta-cinematografiche e nonsense più assoluti. Divertente, scanzonato, a tratti geniale, Rubber è un film che difficilmente si dimentica. Lo pneumatico omicida, nella sua completa assenza di mimica facciale, risulta effettivamente piuttosto carismatico ed espressivo, ed è protagonista di un paio di scene assolutamente fantastiche (immaginatelo mentre fa la doccia, o si siede comodamente in poltrona per guardare la tv…).

Certo, va detto che alla lunga certe situazioni finiscono per forza di cose col ripetersi e col perdere l’impatto che avevano inizialmente e per quanto divertente e a suo modo poetico, per quanto folle e dissacrante, Rubber potrebbe non essere una visione adatta a tutti i palati. Sì, ci si diverte, si rimane sorpresi e molto spesso perplessi e confusi, ma ce n’è ancora di strada da fare per salire sull’Olimpo del nonsense: i Monty Python sono ancora su un altro pianeta.

di Alessandro Diele