«Adesso non ci vede, adesso ci vede,
adesso non ci vede, adesso ci vede…»
Pietro, imitando Michele Strogoff


Unico film italiano in lizza per il concorso internazionale della 63esima edizione del Festival del Film di Locarno, Pietro, del regista anconetano Daniele Gaglianone, è la storia di una presa di coscienza.

Pietro (Pietro Casella) vive con il fratello tossicodipendente Francesco (Francesco Lattarulo) in una casa ereditata dai genitori e sbarca il lunario con i pochi soldi che guadagna distribuendo volantini. E’ solo, silenzioso e un po’ ritardato. Non ha amici, anche se occasionalmente esce con Francesco e la sua compagnia, composta dallo spacciatore Nikiniki e dalla sua combriccola di accoliti, che tutte le sere sbeffeggiano e umiliano Pietro spingendolo a esibirsi in ridicoli spettacolini. Per lungo tempo Pietro interpreta questi atteggiamenti come un modo distorto di voler bene, ma a un certo punto il ragazzo inizia a maturare progressivamente una consapevolezza nuova. Una consapevolezza che si risolverà violentemente in azione.

Chi si lamenta categoricamente del cinema italiano contemporaneo guarda i film sbagliati. Pietro è un esempio di ottimo cinema al servizio di una storia angosciante e ben sviluppata. Il personaggio del protagonista, inizialmente passivo, quasi defilato seppure al centro del “palcoscenico”, assume nuove sfaccettature in ognuno dei capitoli in cui è diviso il film, fino a esplodere in un lungo monologo finale denso e significativo che finisce di comporre un quadro molto articolato e complesso. Pietro giganteggia per moralità e capacità riflessiva su una massa di personaggi irritanti e penosi, e seppure la sua reazione ai tanti torti sia forse eccessiva, difficilmente gli spettatori saranno disposti a condannarlo.

Magistrale la prova interpretativa di tutti gli attori
, fatta eccezione forse per qualche comparsa. Ci si dimentica completamente del fatto che gli attori stanno recitando; si ha l’illusione più totale e completa di guardare qualcosa che si sta realmente svolgendo sotto i nostri occhi o che potrebbe accadere a un paio di isolati di distanza, in una casa di cui non conosciamo gli inquilini. Il registro interpretativo scelto è sicuramente utile a ottenere questo totale senso di realismo: il parlato è pieno di sporcature e inflessioni dialettali, tanto che spesso è persino difficile comprendere cosa stiano dicendo i personaggi, e anche la mimica del viso e del corpo è calibrata in modo che anche gli eccessi non risultino costruiti ad arte ma vivi e reali.

Diversamente da quanto visto per Cyrus però in questo caso la regia e lo script non cercano di mascherare la natura di “fiction” dell’opera. Al contrario, pur prediligendo inquadrature statiche, Gaglianone  fa sentire forte la sua presenza nei giochi di messa a fuoco e nella messa in scena delle sequenze oniriche, oltre ovviamente che nel già citato monologo finale.

di Alessandro Diele